le belle donne
Le donne normali
Tutti i fiori del deserto sono vicini alla luce. Tutte le belle donne sono quelle che ho visto, quelle che vanno in giro con cappotti lunghi e minigonna, quelle che odorano di pulito e sorridono quando le guardano. Senza forme perfette, senza tacchi da vertigine.
Le donne più belle attendono l’autobus nel mio quartiere, o acquistano le borse nei negozi di saldi. Si truccano gli occhi come a loro piace e le labbra col rossetto comprato dal cinese.
I fiori del deserto sono le donne che hanno il sorriso negli occhi, quelle che ti accarezzano le mani quando sei triste, quelle che smarriscono le chiavi in fondo al cappotto, quelle che mangiano la pizza con la comitiva di amici, ma piangono solo con pochi di loro, quelle che si lavano i capelli e li fanno asciugare al vento.
Le bellezze vere sono quelle che bevono birra e non si preoccupano di quante patate hanno mangiato, quelle che si siedono nelle panchine del parco con delle buste, quelle che accarezzano con tenerezza i cani che gli si avvicinano ad odorarle. Le bellissime dame che mettono la tuta di domenica. Quelle che odorano di lampone e caramelle di liquirizia.
Le belle donne non si vedono nelle riviste, loro le danno un’occhiata quando sono dal medico, e aspettano trepidanti col vestito di fragole il fidanzato. E ridono liberamente alle barzellette della tv e ingoiano la partita di calcio in cambio di un bacio.
Le donne normali sprigionano bellezza, no glamour, consumano i loro sorrisi guardando negli occhi, e accavallano le gambe e inarcano la schiena. Vengono nelle foto attorniate di gente senza rittocchi, sganasciandosi dalle risate, abbracciando i suoi con la felicità imbottigliata dei grandi gruppi.
Le donne normali sono le bellezze autentiche, senza matite né gomme. I fiori del deserto sono quelle donne che ti stanno accanto. Quelle che ti amano e che amiamo. C’è solo bisogno di guardare oltre l’apparenza, oltre gli occhioni, oltre le gambe scolpite, oltre il seno da vertigine. Effimeri adorni, vestigia del tempo, nemico della forma e nemico dell’anima. Vertigine da dive e pianto da principesse.
La vera belleza è nelle rughe della felicità…
Mario Vargas Llosa
wordsandeggs: The Masses, January 1916. Cover art by Frank Walts. Via Newmanology. Originally from The Special Collections at Michigan State University.
(via theuglyearring)
Chelsea James . Prague. Oil on panel, 12 x 12”.
Meme. Fading.
A sfogliare i post-it appiccicati su Facebook, ma la cosa vale anche se ti metti a girellare sulla rete, c’è un sacco di odio trattenuto a stento. Ognuno ha il suo nemico e molti hanno i medesimi. Ad una gogna in piazza e non mediatica ciascuno vorrebbe incatenare il collega, il Mazzarò di turno, le duchesse di Leyra, gli onorevoli e gli uomini (e donne) di lusso. Tutti.
Tutti. Forse è una rabbia antica, generazioni senza nome scriveva quello. Quanti ce ne sono che, dopo due battute di discussione sul mondo, vorrebbero una locomotiva lanciata a bomba contro l’ingiustizia, magari una locomotiva sulla quale loro non salgono, però.
Ci si indigna per qualsiasi cosa, senza più distinguere, ché Arcore vale Pomigliano e le donne della Omsa quel codardo del capitano. Tra l’altro, in quest’ultimo caso eravamo educati male: lo ricordavamo sempre sul cassero a fumare la pipa tranquillamente, secondo De Gregori, oppure, iracondo, trascinarsi sul ponte a promettere una moneta d’oro. Invece no, ci mancava la versione: Torni sulla nave!
Sofri ha scontato la pena. Anche in questo caso un certo numero di indignati.
Negli anni ’70 Saragat, Leone, Pertini, Cossiga, scrissero innumerevoli telegrammi di sdegno: non valevano un cazzo. Esattamente come l’indignazione (che è pure termine meno forte) general generica di oggi.
—mauro di musicaememorie (via ferrugnonudo)
mercato del pesce a Venezia


